Un bel gioco dura poco

copertina

 

Un bel gioco dura poco.

Invece Belloebuono è stato un gioco che è durato tanto.

Belloebuono è stata un’esperienza piacevole, proprio un bel gioco. È durato tantissimo, sette anni. Per me è sempre stato un gioco e un passatempo, ma mi ha anche insegnato tante cose: a scrivere meglio, a fare foto migliori. Mi è servito tantissimo.

Mi è servito per tenere traccia delle ricette che cucinavo (ma quante ne ho cucinate senza pubblicarle! Alla fine mi sentivo in colpa).

Mi è servito per condividere i miei esperimenti senza glutine con altre persone.

Mi è servito come scusa per tornare a scrivere in un momento in cui credevo di avere smesso per sempre.

Mi è servito per cercare di trasmettere un’idea di cucina e anche di vita. (Niente di speciale, semplicemente… la mia.) Ora termina – dopo un lento stillicidio, dopo ritorni di fiamma e di entusiasmo, e ora definitivamente – anche perché molte cose nella mia vita sono cambiate.

Avevo un’idea di vita e di condivisione, ma la realtà è stata diversa. Credevo in una serie di cose, speravo che la mia vita sarebbe andata in un determinato modo, e invece non è stato così.

Non voglio lasciare una nota d’amaro, però: la vita ti toglie tanto, ma ti dà in cambio tantissimo; ti mette in crisi, ma ti costringe a guardare con onestà a ciò che sei, non tollera nemmeno una goccia di finzione. Bene così. So di essere maturata e migliorata in mille modi, rispetto alla persona che ha aperto il blog un po’ di nascosto, per gioco, nel 2008. Naturalmente ho perso anche qualcosa, per strada.

Il 2008 è stato un anno in cui nella mia vita erano ricominciate tante cose, dopo anni di dubbi esitazioni e anche un po’ di infelicità. Anche Bello & Buono è cominciato nel 2008.

A dire la verità, ho cominciato a scrivere questo post all’inizio di dicembre. Da buona complicatrice, avevo deciso, a mo’ di commiato, di fare un libro contenente tutte le ricette di Bello & Buono, un pdf da scaricare.

Poi mi sono resa conto che se non ho tempo di postare una semplice ricetta e una foto, difficilmente troverò il tempo per rivedere più di 100 ricette, selezionare le relative foto e farne un libretto… se avessi questo tempo, posterei :-)

L’unica cosa che è rimasta del progetto è la copertina, che vedete sopra.

(Se siete curiosi di sapere che cosa sono, sono gougères senza glutine, che non ho mai avuto il tempo di postare, naturalmente :-).)

Intanto il mitico Marco Bianchi ha aperto una pagina con lo stesso nome: Bello & Buono… e lo condivido. Il suo concetto di cibo, la sua filosofia la sposo in pieno, è proprio quello che mi piace del cibo. Quindi in bocca al lupo anche a lui, anche se non ne ha bisogno.

Semplice: basta lasciare il blog online perché sia consultabile. Sarà questa la forma in cui sarà accessibile.

Tra qualche mese lo trasferirò di nuovo su wordpress.com, così potrà rimanere indefinitamente online (indefinitamente per quanto lo siano le cose umane).

Certo che continuerò a cucinare, magari anche a fotografare il cibo, ma in un certo senso credo che il cibo mi abbia stancato.

Mi ha stancato l’onnipresenza dell’idolatria del cibo nelle nostre vite. Per me il cibo è stato un modo di esprimere la creatività e anche un modo di godersi la vita. Ma non mi piace adorarlo come un dio, soprattutto in questo mondo dove la forbice tra chi sta bene e chi sta male si sta allargando sempre di più.

Certo, continuerò a cucinare, ma anche a scrivere, a tradurre, a viaggiare, ad andare in bici, a camminare, e chissà magari tra qualche mese tornerò online con un altro blog, ma sicuramente sarà molto diverso.

Mi sono divertita a scrivere questo blog e se tornassi indietro credo che scriverei con più costanza, sarei meno perfezionista e racconterei più storie, anche dei miei viaggi di cui alla fine sono sempre riuscita a scrivere poco (non ho mai trovato il tempo per raccontare il viaggio in India e in Sri Lanka dell’anno scorso!). Racconterei più esperimenti falliti e metterei più ricette quotidiane; per qualche motivo le ricette quotidiane, anche quelle “salvavita”, non si considerano mai degne di un post e di una foto, e invece… sono le ricette che io vado a cercare più spesso sul buon vecchio Google.

Tutto quello che ho imparato, forse, lo userò per il prossimo blog. Intanto, a tutti voi che mi avete seguita, commentata, letta con simpatia e che mi avete dato consigli, suggerimenti, fatto domande, persino dato premi, a voi che mi leggevate senza commentare ma che, comunque, c’eravate… grazie! Molti abbracci virtuali e buona vita!

 

Il cibo nei libri: Bulgakov

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Fonte: questo Tumblr

Chi mi conosce sa che sono fissata con Bulgakov. Il cibo nei suoi libri compare spesso, a cominciare dalle fette di salame di Cracovia con cui il professor Preobraženskij attira il cane Šarik in Cuore di cane fino al piccolo banchetto approntato da Woland a Stëpa Lichodeev nel Maestro e Margherita… eccolo:

“Stëpa, sbarrando gli occhi, vide sul tavolino un vassoio su cui si trovava del pane bianco affettato, del caviale pressato in un vasetto, funghi porcini marinati su un piattino, un tegame e, infine, della vodka in una voluminosa caraffa della gioielliera. Ciò che lo sorprese soprattutto era che la caraffa fosse appannata dal freddo. Del resto, la cosa era comprensibile: la caraffa infatti si trovava in una bacinella piena di ghiaccio. Insomma, il tavolo era apparecchiato con lindezza e abilità”.

La vita a Mosca non doveva essere facile nel periodo in cui Bulgakov scriveva il suo romanzo, e si sente la nostalgia con cui descrive il ristorante dell’immaginario Griboedov:

“I vecchi moscoviti si ricordano del celebre Griboedov! Pesce persico lesso! Robetta da niente, caro Amvrosij! Pensi invece allo sterleto, allo sterleto in un pentolino argenteo, allo sterleto a pezzetti alternati con code di gamberi e caviale fresco! E le uova in cocotte con una purée di funghi in tazza? E i filettini di tordo, non le piacevano? Coi tartufi? E le quaglie alla genovese? Nove e cinquanta! E il jazz, e il servizio cortese! E a luglio, quando tutta la famiglia è in campagna, mentre lei è trattenuto in città da affari letterari improrogabili, sulla veranda all’ombra della vite rampicante, il piatto di soupe printaniére in una dorata chiazza sulla lindissima tovaglia? Ricorda, Amvrosij? Ma c’è bisogno di chiederlo? Vedo dalle sue labbra che ricorda. E lei parla di marene e di pesce persico! E le beccacce, i beccaccini, i tordi, le starne, a seconda della stagione, le pernici, le accegge? L’acqua minerale che pizzica in gola? Ma fermiamoci qui, ti stai distraendo, lettore! Seguimi!…”

Michail Afanas’evič Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Einaudi 1967

traduzione di Vera Dridso

Pane morbido

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PANE SEMINTEGRALE MORBIDO

Questa è una variante sul mio pane integrale (fatto con il lievito di birra perché ultimamente ho poco tempo per stare dietro al lievito madre!)

La cosa bella è che questo pane è morbido morbido. Ho “barato” un po’ usando una farina per pizza che avevo preso per curiosità.

Ingredienti

130 gr. farina per pizza Nutrifree
70 gr. farina di riso integrale
50 gr. farina di grano saraceno
40 gr. fecola
50 gr. farina di mandorle
5 gr. sale
1/2 cucchiaino di bicarbonato
15 gr. lievito di birra fresco
1 cucchiaino di aceto
acqua q.b.

Una nota sull’acqua: non do mai un quantitativo esatto di acqua perché ogni volta cambio un po’ il mix di farine e ogni farina si comporta a modo suo con l’acqua… La consistenza da cercare però è quella di una pastella densa, tipo quella di un dolce lievitato.

Mescolate le farine, il sale e il bicarbonato con la frusta. Sciogliete il lievito di birra in mezzo bicchiere di acqua tiepida (non deve superare i 40°) e lasciatelo per 10 minuti. In superficie dovrebbero formarsi delle bollicine. Aggiungete il lievito sciolto con l’acqua alle farine e mescolate, aggiungendo gradualmente acqua tiepida fino a che non avrete raggiunto la consistenza giusta.

Versate il cucchiaino di aceto nell’impasto e mescolate bene. Lasciate lievitare per un’ora (io lo tengo nel forno con la lampadina accesa e un contenitore pieno di acqua calda sul fondo). Dopo un’ora accendete il forno a 220°. Trasferite l’impasto in uno stampo da plumcake di silicone. Quando il forno è ben caldo, mettete il pane in forno e lasciatelo cuocere per 20 minuti a 220°, poi abbassate a 180° e fate cuocere ancora 40 minuti.

Togliete il pane dallo stampo e fatelo raffreddare su una gratella, poi conservatelo in un sacchetto di carta. Durerà diversi giorni.

Torta salata di zucca

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Torta salata di zucca con sfoglia al grano saraceno

Questa è a metà tra una quiche e una torta. La mia è venuta molto morbida ed è stata molto apprezzata… buon Halloween che mi sembra comunque un buon sistema per esorcizzare le streghe cattive in agguato da qualche parte!

Per la sfoglia

160 gr. farina senza glutine bianca (io ho usato un mix da farmacia)
100 gr. farina di grano saraceno
80 gr. burro
un uovo
acqua (un paio di cucchiai)
sale

Per il ripieno

un porro o una cipolla
una zucca mantovana di circa un kg pulita e tagliata a pezzetti
tre patate medie
due caprini freschi
120 gr. ricotta
due uova
parmigiano grattugiato
sale, timo, maggiorana, noce moscata

Mescolate le farine e il sale con la frusta per rimuovere i grumi. Lavoratele con il burro freddo a dadini, poi aggiungete l’uovo e impastate con le mani fino a ottenere un impasto sodo, aiutandovi con un po’ di acqua fredda. Con il mattarello stendete la pasta tra due fogli di carta da forno a uno spessore di mezzo cm.

Rimuovete il foglio di carta da forno superiore e mettete in una tortiera la sfoglia con la carta sottostante, coprendo le pareti fino a un’altezza di 4 cm circa.

Soffriggete la cipolla o il porro tritato in una padella ampia, salate e fate insaporire la zucca per qualche minuto. Abbassate il fuoco al minimo, versate poca acqua sul fondo della padella e chiudetela con un coperchio. Lasciate cuocere la zucca finché non è morbida. Nel frattempo bollite le patate e sbucciatele.

Accendete il forno a 200°. Quando la zucca e le patate sono cotte, mettetele in una terrina e schiacciatele insieme con una forchetta. Aggiungete il parmigiano, le uova, i caprini e la ricotta. Aggiustate di sale e aggiungete erbe aromatiche e noce moscata a piacere.

Versate il composto di zucca nella tortiera. Livellate bene il composto e fate un giro d’olio sulla superficie. Infornate per un’ora circa; la torta è pronta quando la superficie è dorata e l’interno ben asciutto.

Crema di piselli zucchini e menta con mandorle tostate

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Crema di piselli zucchini e menta con mandorle tostate

Una ricetta di luglio che era rimasta impigliata tra le bozze. Intanto l’orto va avanti con qualche cavolo insalata e finocchi.

Questo è stato il secondo anno di orto. L’anno scorso avevamo avuto molte soddisfazioni con pomodori, insalate, prezzemolo ed erbe aromatiche a volontà. L’anno scorso gli zucchini erano stati pochi e quest’anno ne abbiamo piantati di più, così come abbiamo aumentato le piante di pomodori e le zucche.

In più quest’anno abbiamo aggiunto fagiolini, cavoli lavagnini, verze. Abbiamo lavorato meglio la terra e concimato di più. Abbiamo ancora molto da imparare. I vicini ci hanno regalato piante, patate, concime e consigli utili.

Quest’anno l’orto ha funzionato meglio. E ho fatto una zuppa di zucchini, quasi tutta con le nostre verdure (tranne i piselli, surgelati, ho barato). Mi è piaciuto il contrasto tra il dolce e croccante delle mandorle e la crema tiepida e pastosa con il tocco fresco della menta.

per 2 persone
500 gr. zucchini
300 gr. piselli
una cipolla piccola (la mia di Tropea)
uno spicchio d’aglio
menta fresca
sale
una manciata di mandorle sgusciate

Fate cuocere i piselli. Tagliate gli zucchine a piccoli pezzi e fatele cuocere al vapore finché non saranno morbide, con mezza cipolla e a uno spicchio d’aglio tagliati a fettine, salando leggermente. Sminuzzate la menta. Tritate le mandorle sgusciate (senza rimuovere la pellicina) con il coltello. Tostate le mandorle per qualche minuto in una padella senza olio, muovendola continuamente per non bruciarle.

Frullate piselli, zucchini e menta con il minipimer. Servite con una spolverata di mandorle tostate e il classico giro d’olio.

Il cibo nei libri: Tanizaki

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(Foto: cozymax su Flickr)

Mi piace quando i libri mi fanno conoscere (o ritrovare) altri libri.

A Ferrara ho comprato i Quaderni giapponesi di Igort, che parla del suo innamoramento per il Libro d’ombra di Tanizaki. Io lo avevo letto e dimenticato completamente anni fa.

Sono andata a rileggerlo e ho trovato questa ricetta. Niente altro che semplicissimi ingredienti e una preparazione accurata, quasi meditativa.

Non tutti gli scrittori parlano di cibo, ma quando lo fanno riescono a trasmettere un mondo intero. Nei prossimi mesi voglio raccontarne anche altri…

“L’altro giorno fui interrogato da un giornalista che mi chiedeva un piatto insolito e appetitoso. Gli diedi la ricetta del sushi nella foglia di cachi, che è un piatto tipico di una valle sperduta fra le montagne di Yoshino. Eccola.

Mettete acqua e riso sul fuoco. Quando l’acqua sobbolle, aggiungete un go di sake per ogni shō di riso. Terminate la cottura lasciando, a fuoco spento, il riso sul fornello, nella pentola chiusa ermeticamente. Poi aspettate che il riso si sia raffreddato. Girando il riso fra le mani, che avrete spolverato di sale fino, formate delle palline compatte.

È importante che, durante l’operazione, le mani non conservino traccia alcuna d’umidità. Il riso deve essere trattato soltanto con il sale.

Quando le palline di riso saranno pronte, avvolgetele prima in fette sottili di salmone salato, poi in foglie di cachi con la parte lucida volta verso l’interno. Sia le foglie di cachi, sia le fette di salmone, saranno state asciugate meticolosamente con un tovagliolo pulito.

Mettete le palline in una bacinella di legno per il sushi, o in un contenitore per il riso cotto, assicurandovi che non resti spazio tra pallina e pallina. Anche la bacinella, o il contenitore, dovranno essere perfettamente asciutti.

Coprite il recipiente con un coperchio sul quale appoggerete una pietra pesante, come quella che si usa nella preparazione del piatto di verdure detto tsukemono.

Preparato di sera, il sushi è pronto la mattina dopo; lo si può consumare nei tre giorni successivi, sebbene sia squisito soprattutto il primo giorno. Prima di servirlo, irroratelo con un rametto, bagnato di aceto, della pianta aromatica chiamata tade.

Mi ha dato questa ricetta un amico che tornava da un viaggio nella regione di Yoshino, e che l’aveva avuta dalla gente del luogo. La preparazione ha due segreti: quando si modellano le palline, il riso deve essere completamente freddo; inoltre, deve essere completamente eliminata l’umidità.

Ho provato la ricetta a casa mia, e sono stato felice del risultato. Grasso e sale di salmone impregnano il riso delicatamente; da parte sua, il salmone conservato riacquista la consistenza e il sapore di quello fresco. È un piatto facile e delizioso.

È molto diverso dal sushi che si mangia a Tōkyō, e io lo preferisco. La scorsa estate non ho quasi mangiato altro.

Non dovrebbe stupire che un modo così geniale di preparare il sushi sia stato inventato in una regione povera, e montanara: chi sperimenti i piatti tipici della campagna, scopre quanto sia infallibile il gusto dei contadini. Vi è, nella concezione dei loro cibi, una sorta di lusso ingenuo, di cui in città abbiamo smarrito il segreto”.

Tanizaki Jun’ichirō, Libro d’ombra, Bompiani 1988

traduzione di Atsuko Ricca Suga

Kakinoha zushi

Shō

Tsukemono

Tade

Budino di riso integrale

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Budino di riso integrale

Questa ricetta è adattata dalla versione della mitica Barbagli. Ho dimezzato la dose per ottenere quattro budini in stampini da 150 ml. Sono venuti grossini, con stampini più piccoli potreste farne anche otto.

Volevo vedere se il budino di riso era buono anche con il riso integrale e la risposta è . La consistenza è più soda sotto ai denti rispetto al riso bianco. Provateli!

Ingredienti

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