San Francisco – Parte I

Inizio a pubblicare le mie impressioni di San Francisco, scritte giorno per giorno durante il viaggio.


(il Bay Bridge e le contraddizioni – scattata con il telefonino)

2 settembre – La partenza

Siamo partiti ieri pomeriggio dopo aver sistemato mille cose (piante, chiavi, finestre, frigo, pagamenti last minute, valigie…). Il treno delle 17:41 per Pisa è lento, caldissimo e sporco. La temperatura a Pisa è alta ma c’è un po’ di vento; purtroppo nella stanza in cui dormiremo stanotte, in attesa di prendere il primo treno per l’aeroporto, fa molto caldo. Siamo andati a bere un bicchiere di vino in piazza Vettovaglie, al Montino a mangiare, poi a prendere un gelato. Non ce l’ho fatta a incontrare la mia amica: siamo arrivati troppo tardi.
La sveglia parte alle 5:30. Questa volta il treno ha una temperatura polare. Ci imbarchiamo per Parigi CDG; una volta atterrati, prendiamo l’autobus per cambiare terminal e saliamo sul volo per San Francisco. Il volo è molto noioso e scomodo, il cibo da velo pietoso. L’aria condizionata fortissima mi fa venire il mal di testa e il nostro terzo compagno di posto, seduto vicino al finestrino, non smette un attimo di alzarsi e risedersi, poi tenta di dormire mettendosi la coperta sulla testa, poi ci fissa con afflitti occhi mediorientali, poi si rialza scocciandoci continuamente e con grande nervosismo di Renzo.

3 settembre – Arrivo e primo approccio con la città

Finalmente le ore di volo sono finite, anche i pasti, i gelati Haagen Dazs e i dubbi sui moduli da compilare, così come il malumore e la stanchezza per le scomode posizioni prese sul sedile. Mentre ci abbassiamo sulla città per primi spiccano dei campi di colore chiaro, al limite del mare, percorsi da questi sinuosi canali (salt marshes?). Poi la città si mostra nella sua ordinata struttura a griglia, con la simmetria delle case basse separate da strade diritte, nettamente delineate. Il tempo è chiaro, limpido, luminoso, il sole fa scintillare sul mare uno spolverio dorato.
Atterriamo a San Francisco e ci controllano, in lunghe file disciplinate: uno alla volta impronte digitali e scan oculare, il controllo del passaporto, un cartoncino verde viene pinzato. Gli impiegati dell’aeroporto sono quanto di più vario da un punto di vista etnico, uniformati da impeccabili divise. Fermano Renzo che non ha compilato i moduli sull’aereo, io che vorrei tornare indietro per aiutarlo vengo respinta con cortese fermezza, sgradito granello di sabbia in un ingranaggio ben oliato. Prendo un carrello per i bagagli e aspetto.
Quando Renzo arriva prendiamo le nostre borse, poi seguiamo le indicazioni per il BART. Tutto qui sembra nuovo, pulito, luccicante. Tra dollari, biglietti, tutte le novità che ci circondano ci confondiamo un po’, ma alla fine riusciamo a salire sul vagone giusto. I divanetti del BART, rivestiti di tela stinta, sono invece piuttosto vecchiotti. Lungo il percorso iniziano a spuntare le prime propaggini della città, qui il cielo è coperto e grigio e siamo vestiti di tutto punto con giubbotti, maglioncini, scarpe chiuse. (In Italia c’erano quasi quaranta gradi.)
Arriviamo al Civic Center e usciamo alla luce. Il cielo è limpido e azzurro, fa fresco, nei colori del quartiere spiccano i mattoni rossi. Chiediamo indicazioni, Hayes Valley è vicina e decidiamo di andare a piedi, arrivando distrutti per il peso delle borse e per la stanchezza accumulata in precedenza. Non prestiamo molta attenzione al quartiere; ci affrettiamo ad andare a ritirare le chiavi dal negozietto davanti a casa, Nabila’s. È stato facile trovare la casa, un portone di legno bianco con il numero di metallo color oro, tra un negozietto e un bar che si chiama Place Pigalle. Aprendo il portone si viene subito investiti da una puzza tremenda che si sente anche altrove in città, forse le fognature, forse i disinfettanti, forse il legno vecchio sotto le onnipresenti moquette mai lavate. Dentro è una specie di labirinto dai muri pitturati di rosa lucido. Giriamo confusi senza trovare la nostra porta, poi passa una ragazza che ci offre il suo aiuto e arriviamo. Purtroppo – ma ovviamente – è molto meno carino di come ci era sembrato e ha un forte odore dovuto alle finestre mai aperte. Lenzuola e asciugamani sono puliti. Da buoni italiani spalanchiamo tutte le finestre di legno – che fanno molto Paperopoli – e ci sistemiamo.  Ci laviamo e usciamo per vedere un po’ il quartiere.

Ci sediamo per un po’ di ristoro dall’attraente La Boulange, dall’esterno color verde erba, proprio sotto casa. Ordinando semplicemente “un caffè” Renzo si trova davanti una tazza di ceramica bianca da caffellatte piena fino all’orlo di un liquido marrone e acquoso, io bevo una spremuta d’arancia (fuori stagionissima). Di queste piccole boulangerie in stile francese ce ne sono altre a San Francisco; è un posto molto accogliente, tutto di legno, con una bella luce solare che filtra piacevolmente dai vetri. Sono orgogliosi di far notare che cibo e bevande sono tutti biologici e preparati completamente da loro, inoltre tutte le tazze da asporto, le confezioni e i materiali che usano sono riciclabili o biodegradabili.  Dopo questa piccola pausa ce ne andiamo a fare un giro così, come capita. Arriviamo quasi subito davanti al Municipio, proprio quello dove il 27 novembre 1978 Dan White uccise George Moscone e Harvey Milk, una zona dall’architettura monumentale e fredda, ed entriamo a curiosare nella libreria Books Inc. sulla Van Ness. Cerchiamo Ursula Le Guin e il commesso, molto cortese (anche se formale) ci invoglia a ordinare The Dispossessed, libro che Renzo vorrebbe farmi ritradurre in italiano… compriamo qualche mappa, poi, sentendoci già provati, ci incamminiamo verso casa.Ci fermiamo a mangiare un hamburger (gigantesco, come spesso accadrà qui). Caschiamo dal sonno, ma ci sforziamo di rimanere svegli il più possibile. Torniamo nell’appartamento e verso le 19:30 Renzo si addormenta. Io continuo a leggere, prendo la melatonina, poi pian piano mi addormento anch’io. Ci svegliamo intorno alle 3 di notte, poi ci riaddormentiamo fino alle 7:15. Lentamente ci prepariamo a uscire; io mi sento ancora molto stanca e l’aria condizionata durante il volo mi ha lasciato in ricordo un bel mal di gola. Usciamo e torniamo alla Boulange – ormai avviata a diventare il nostro bar di fiducia – per l’indispensabile caffè (rigorosamente single espresso) e dolci, brioches al cioccolato e un blueberry poundcake che una specie di orso benevolo dietro il banco approva ruggendo entusiasta: “It’s dee-licious!!“.
Andiamo a piedi verso la fermata Powell. Prima delle 11 qui è tutto chiuso e, su Market Street, anche un po’ inquietante, popolato di persone che vivono in strada e si riuniscono in gruppetti molto poveri e un po’ violenti agli incroci, soprattutto davanti ai centri Western Union, o a volte ti approcciano per chiederti i classici spiccioli, come fa un nero magro e un po’ svitato che ci dà indicazioni non richieste sugli autobus da prendere. A Powell ci procuriamo i Muni Pass settimanali, che ci permetteranno di viaggiare comodamente giorno e notte per tutta la città.
Prendiamo il 71 che ci porta al Ferry Building, davanti al quale c’è qualche banco del celeberrimo Farmers’ Market. Si assaggia e si fotografa un po’ di tutto, si chiedono spiegazioni e si comprano deliziose susine,  grandi e succose, dall’aroma molto diverso dalle nostre, formaggio di capra, pane di segale lievitato con pasta madre… poi usciamo sul retro e ci sediamo a goderci la vista del mare. Diamo un’occhiata ai negozi all’interno del Ferry Plaza, che non ci convincono molto, poi ci dirigiamo verso North Beach.


La principale attrattiva di North Beach per noi è la celeberrima libreria/casa-editrice City Lights, fondata da Ferlinghetti nel 1953 e intimamente legata a un bel pezzo di storia della letteratura beat. È un luogo che si rivela pienamente all’altezza delle aspettative: tre piani fittamente tappezzati di libri e riviste, ben selezionati e proposti, sedie sparse in giro e nessuna fretta. Infatti ci passiamo parecchio tempo e compriamo qualche libri (nel mio caso i diari di Sylvia Plath). Cerco di trattenermi, ma so già che da qui a 15 giorni avrò accumulato un bel peso da riportare in Italia. La mia idea è di fare dei pacchi e di spedirli per posta, come ho fatto in altre occasioni, risparmiandomi un sacco di fatica.

Dopo aver soddisfatto la nostra fame di cultura in libreria torniamo al Ferry Plaza, dove compriamo due panini al salmone con deliziosi heirloom tomatoes dal chiosco di una bellissima ragazza bionda e abbiamo la fortuna di trovare un posticino per sederci davanti al mare a mangiarli. Renzo, però, ha ancora fame e ci mettiamo in coda sotto l’insegna in stile old American “Taylor’s Automatic Refresher”: per lui un cheeseburger, per me un gigantesco, gelidissimo blueberry milkshake con veri mirtilli dentro. Poi saltiamo sul 21 e torniamo a casa.

Annunci