San Francisco – 4 settembre

(Gli eucalipti davanti alla mia finestra)

Il jet lag mi sta disturbando un po’. Qui sono le 17 ma abbiamo un gran sonno e ci siamo sdraiati un po’ a dormire, Renzo legge il San Francisco Chronicle mentre io scrivo, dopo avere letto qualche pagina dei diari di Sylvia Plath.

Ieri, dopo esserci riposati un po’, siamo andati in esplorazione a Union Square, una zona piuttosto squallida e popolata di una quantità indicibile di gente che vive in strada, tossici etc. Facciamo qualche giro un po’ a caso: compriamo una carta telefonica, andiamo a leggere la mail approfittando dell’Apple Store. Renzo ha trovato un negozio di musica, Rasputin, e abbiamo fatto un giro da Old Navy. Di sera siamo andati a un concerto in un locale raccomandato da non so più chi, Annie’s Social Club in Folsom St. All’entrata il buttafuori, un biondino con cappellino di lana nero ci chiede, comicamente, i documenti – che ovviamente non abbiamo – e poi ci fa entrare lo stesso. Mi racconta che è stato in Italia in vacanza, anzi, proprio alle Cinque Terre. Non abbiamo cenato e dobbiamo uscire – previo timbrino sulla mano – e andare in cerca di un posto dove mangiare un panino (troviamo un All Stars gestito da una cinese molto nervosa). Il concerto è abbastanza tremendo e scappiamo dopo i primi due gruppi. Torniamo a casa, siamo stanchi e la città di notte si è trasformata in un posto che sembra pericoloso, le strade poco illuminate popolate di figure incappucciate. Sull’autobus una donna nera tutta scarmigliata e dai vestiti strappati si siede proprio davanti a me e geme dal dolore, emette suoni stranissimi, sospira, si dondola avanti e indietro. Mi coglie impreparata e non so come reagire, ma una ragazza dal sedile accanto infila una mano nella borsa e le dà una manciata di pastiglie, che la donna inghiotte senza battere ciglio. Poi per noi è il momento di scendere. Prendo la mia melatonina e vado a dormire, dopo aver letto ancora un po’ Sylvia Plath.
Stamattina il tempo è freddo e nebbioso; avrei voluto andare a vedere il famoso pier 39, ma Renzo mi dissuade. Usciamo e facciamo qualche telefonata in patria; mio fratello mi ricarica il telefono che era senza soldi, nel caso che abbia bisogno di usarlo per qualche emergenza. Andiamo verso Yerba Buena Center & Gardens e andiamo a visitare il SFMOMA, che è un museo eccezionale sia dal punto di vista architettonico, sia per le collezioni (Matisse, Calder, Pollock, Miró, Kline, per dire). Nel contesto moderno si inseriscono con grazia la vecchia chiesa di St Patrick e i prati verdi.

Ci sono anche mostre temporanee: Richard Avedon

Georgia O’Keeffe in parallelo con Ansel Adams, un fotografo che non conoscevo. La parte introduttiva racconta dello “Stieglitz Circle” e di questi fotografi che hanno ritratto immagini ravvicinate della natura, legni, alberi, molto interessanti.

Poi si va sul tetto e ci si siede a riposarsi un po’ al sole. Renzo preferisce non mangiare al “Rooftop Cafè” e allora torniamo verso casa, estenuati. Proviamo a comprare qualcosa nell’Health Food Store davanti a casa; i prezzi sono esorbitanti, il tizio mediorientale e baffuto dietro la cassa parla tantissimo e mi risulta piuttosto antipatico. Qui tutte le transazioni economiche prevedono grandi sorrisi, frasi allegre e simpatiche, spesso di circostanza: “How are you doin’ today?”, comunque, è una specie di saluto, di buongiorno, di how do you do. Saliamo a casa e ci accingiamo a mangiare qualcosa, ma bussano alla porta. Mi trovo davanti un gigantesco nero dall’aria effemminata, capelli lunghetti e lisci, lucida giacca color grigio scuro, che inizia a parlare concitato e teatrale: è il vicino del piano di sotto che si lamenta per il suono delle nostre ciabattine sul pavimento di legno (“I know you don’t have a rug”, “I don’t want to blame you, I think we should work on this together…”). Poi non si farà mai più vedere, anche se lo incontro qualche volta sull’autobus o nel quartiere, ma pare avermi dimenticato totalmente.
Ho la mente confusa, lenta, rallentata. I pensieri sono gocce pesanti come melassa che ci mettono minuti interi a formarsi, senza limpidezza. Pensieri con piedi d’orso, con mole d’ippopotamo.

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