San Francisco: 5-6 settembre

(continuo a pubblicare i miei diari scritti durante il viaggio a San Francisco a settembre 2009)

5 settembre – Haight Ashbury


Corvi. Ci sono i corvi in città, grossi e neri, e ogni tanto li si sente gracchiare pacificamente. A me non dispiacciono; qui gli alberi sono comunque pieni di uccelli cinguettanti di ogni tipo. Ieri sera ci siamo tragicamente addormentati, io intorno alle otto di sera, Renzo anche prima. Una bella dormita fino alle 4:30, poi svegli come grilli abbiamo chiacchierato, tentato di riaddormentarci, infine eravamo in piedi alle 6:30. Dopo la doccia abbiamo fatto un salto da Safeway in Webster st., a piedi.

Con questo tempo super variabile esco in maglietta, maglioncino, jeans, stivali, giubbotto e non faccio che togliere e rimettere strati.
A quanto pare i supermercati americani mi fanno uno strano effetto: appena entro mi si svuota la testa e non riesco più a desiderare nulla. Troppa roba: voglio solo uscire al più presto.
Dopo la spesa prendiamo il 21 e andiamo al Golden Gate Park.

Per puro caso siamo stati molto fortunati con la posizione strategica della casa. Facciamo un giro nel parco e ci sediamo sulle panchine ornate da targhe commemorative; una ragazza, mentre fa jogging, ci indica spontaneamente il Conservatory of Flowers. Più che un parco è una vera e propria città, purtroppo percorsa da automobili, ma anche da bici, skaters, gente che corre, gioca a frisbee, etc.
Poi usciamo verso Haight st., che io in questa giornata trovo altamente ansiogena, piena di tossicodipendenti all’ultimo stadio e barboni che parlano da soli, oltre a ripetere continuamente “change, change” con una specie di automatismo. La via è quasi interamente piena di negozi-pacco con bruttissimi abiti finto-freak e roba usata. Renzo mi fa infilare in un baretto qualsiasi, che poi è il Red Victorian “Peace Cafè”, tutto pieno di simboli pacifisti, dove ci rinfranchiamo con panini e smoothie alla fragola, oltre a una robusta dose di caffeina per sostenere la lotta contro il fuso orario. Poi ci attacchiamo a internet su un computer antidiluviano in vetrina.


Dopo, è il turno dell’enorme Amoeba Records, gigantesco negozio di dischi (“The World’s Largest Independent Music Store”) dove si può trovare veramente tutto, a qualunque prezzo o quasi: CD, DVD, vinili, “gear” per ogni gusto e genere musicale, per collezionisti, per risparmiatori, per appassionati e per semplici umani. In particolare, sotto le rastrelliere che ospitano i dischi, per terra sono allineati altrettanti contenitori con le offerte, da spulciare per ore e ore con la garanzia di trovare sempre qualcosa a prezzi imbattibili (almeno per noi!).

Alla fine prendo il film su Joe Strummer che mi ero persa quando è uscito in Italia, The Future Is Unwritten. Renzo avrebbe bisogno di un TIR per riportare a casa tutti i suoi acquisti… come per i libri, cerco di contenermi perché so bene che poi dovrò trovare un modo per riportare indietro il tutto ;) Andiamo a fare una telefonata davanti al municipio, poi torniamo a casa mentre io medito su Haight che non mi è piaciuta affatto, con quest’atmosfera un po’ minacciosa, sporca, deprimente, nei migliori casi tourist trap. L’immagine che mi rimane del quartiere è quella di una ragazza appostata dentro un bidone cilindrico della spazzatura, ridendo, con la testa tutta rapata, chiedendo change anche lei.

6 settembre – riflessioni

Trovo nei miei appunti questa profonda riflessione: “All Americans are potential movie characters” (forse anche noi per loro). Ieri sera siamo andati a un concerto da Slim’s, davanti al quale c’era una lunga e disciplinata coda. Dopo esserci stati per un po’, ci accorgiamo che tutti hanno già i biglietti, così ci stacchiamo, andiamo alla cassa e li compriamo, per poi rimetterci in coda con i nostri tagliandini di cartone verdolino. Dietro di noi c’è un tipo alto di colore che un po’ sta al telefono, un po’ canticchia da solo. Passano i ragazzi del locale a darci la pubblicità di altre serate, dell’after party etc. Uno punta ai piedi di Renzo: “You dropped your ticket”. Non è nostro, è diverso, bianco. Da dietro una voce: “That’s my ticket”. Glielo diamo. È il signore di prima, con un cappellino, che si mette a parlare con noi. “You’re honest”, dice, facendoci sospettare di essere due fessi. Parliamo un po’. “What language is that?” È incuriosito dal fatto che siamo italiani, ci chiede se conosciamo i gruppi che suonano, cosa facciamo qui. (Ieri mattina un commesso di Safeway, a cui avevo chiesto ragguagli sull’insalata, ha voluto stringerci la mano entusiasta: “It’s such a pleasure to meet someone from Italy!”) Poi entriamo nel locale, linoleum nero sul pavimento, neon rossi e blu, birra Anchor Steam in bottiglia a 5 $. La performance ha un inizio surreale, con un tale che canta e suona la chitarra senza microfono, inaudibile, al punto che ci viene il sospetto sia un comico (impossibile saperlo, perché da dietro non si sente una parola!). C’è una bella atmosfera, gente di tutte le età e vestita in tutti i modi, sembrano tutti amici, allegri e di una bellezza molto californiana (qui il tipico obeso che siamo giunti a identificare con l’americano medio si vede ben poco). Poi iniziano i Romeo Void, con la loro cantante (Debora Iyall, scoprirò in seguito) dalla voce favolosa, gigantesca, peserà più di 100 kg di sicuro. Camicia bianca, gilè nero, minigonna scozzese, capelli lunghi, neri, ricci fermati da due vezzosi fermagli argentati… è una vera bomba, flirta con il pubblico, emana un’energia incontenibile ed è sicuramente la parte migliore della serata. I Translator, il gruppo successivo, per me sono tremendi: sembra che non finiscano più di suonare il loro rocketto stucchevole, pezzi vecchi, pezzi nuovi (pessimi), bis su bis… riesco a malapena a resistere in piedi, sperimentando posizioni qi gong e massaggiandomi il collo, i polsi e la schiena. Sono costretta a mettermi la sciarpa (che avevo portato proprio in previsione di questo) per proteggermi dal soffio gelido dell’aria condizionata. In realtà siamo sfiniti e il jet lag non è certo passato; ci sediamo un attimo sulle scale che portano al baretto del piano di sopra. Non passano neanche cinque minuti che viene da noi una ragazza dello staff, tutta vestita di rosso, affabile e sorridente: “Are you guys OK?” Io le spiego la situazione, che siamo un po’ stanchi e ci siamo seduti per riposarci. “Volete un po’ d’acqua, o qualcos’altro? Andate a sedervi di sopra, ci sono sedie di pelle molto comode…” Niente da fare, non possiamo stare qui: dobbiamo alzarci e andare su. Ci sediamo. Arriva la cameriera: “Are you guys OK?” “Yeah, yeah”. Dopo cinque minuti ripassa e lo chiede di nuovo. Nel frattempo ha iniziato a suonare il terzo gruppo, gli Wire Train, che non ci sembrano un granché, o forse siamo un po’ troppo stanchi e loro non abbastanza bravi da farci restare. Ce ne andiamo. All’uscita la ragazza non perde l’occasione di salutarci di nuovo con un sorrisone: “You guys have yourselves a good night!” Torniamo verso casa a piedi, stanchi e nervosi. In giro c’è un po’ di casino e anche nel locale sotto casa, Place Pigalle (è sabato sera). Renzo si addormenta subito, io leggo un po’ di Sylvia Plath, poi mi addormento poco dopo mezzanotte e stavolta mi sveglio alle 7:30, per fortuna.
Le solite domande accumulate durante il viaggio: cosa vuol dire “Moishe’s Pippic” (nome del deli ebraico praticamente davanti a casa in Hayes st.)? Ora lo so: “l’ombelico di Moishe”, e tra l’altro abbiamo perso l’occasione di andare a farci un panino lì, a quanto pare è eccezionale. Cosa sono gli alberi con i fiori rossi che vedo in tantissime vie di San Francisco, anche dalla mia finestra? Eucalipti.

Oggi siamo andati a fare un giro a Fisherman’s Wharf, una specie di Disneyland che, essendo domenica, era popolata da una quantità indescrivibile di persone. I negozi vendono le cose più assurde che abbia mai visto, e ogni due passi c’è una baracchetta o un ristorante che offre  panini al pesce e zuppe che onestamente mi hanno un po’ tentato. Renzo però – probabilmente a ragione – non si è fidato della freschezza di quegli enormi Dungeness crabs. In realtà ho voluto venire qui per vedere i leoni marini! Un piccolo infantilismo me lo potrò concedere, no? Al Pier 39 zattere e zattere messe lì apposta sono interamente ricoperte da una massa vibrante di un colore che va dal giallino al nero passando per il beige, il caffè e il caramello. Nell’aria c’è un odore di pesce fortissimo e un continuo latrare, un mandare richiami acuti, rivoltarsi, strofinarsi l’uno contro l’altro, tuffarsi per una nuotatina e così via. In lontananza Alcatraz, avvolta nella nebbia.


Intorno navi, sottomarini, barche, biciclette, famiglie, turisti in coda per i traghetti. Chissà, forse anche noi nei prossimi giorni prenderemo uno di questi ferry per andare verso Monterey o la Napa Valley.
Un’altra riflessione interessante: qui ho talmente tanti stimoli estetici, visivi, anche dal punto di vista dell’abbigliamento vedo cose talmente diverse dai clichè a cui sono abituata in Italia che è un’esperienza che rinfranca veramente e fa venire migliaia di idee. In Italia sembra quasi obbligatorio vestirsi in uno o due modi codificati che ci sono, tutto il resto non ha senso e del resto non si trovano neanche altri vestiti che quelli che usano in un certo tipo di moda (quello che è di “moda”, il clichè “alternativo”, etc.)… senz’altro è un viaggio che apre la mente a nuove possibilità.

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