La baia di Ha Long

Cat Ba è un’isola che è anche un parco naturale. Qui siamo fuori stagione e l’isola è un po’ in disarmo, un paio di hotel accolgono i turisti nelle loro stanze fredde e umide. Siamo proprio davanti alla spiaggia e il salmastro ci penetra nelle ossa. Gli spostamenti, qui, con le strade in condizioni tutt’altro che perfette, sono molto lunghi: in pullman da Hanoi a Haiphong, poi si raggiunge un imbarcadero dove si prende un piccolo aliscafo. I paesaggi sono a tratti allucinanti, con industrie e stabilimenti imprecisati che sorgono in mezzo alle risaie, la strada terribilmente polverosa e infangata, anche sull’isola.

Ma mentre arrivi dall’alto nella nebbia, dietro qualche curva, tra alte insenature dalla vegetazione rigogliosa, si aprono enormi campi di riso verde smeraldo, contornati da alberi di banano, dove in lontananza piccole figure dai cappelli a cono stanno curve nell’acqua fino alle caviglie o pilotano minuscole barchette.

Arrivati a Cat Ba e trovato un posto dove dormire rimane poco della giornata: una passeggiatina per l’isola, compriamo frutta sconosciuta ma deliziosa. Comincio a vedere qualcosa della vita delle persone: salotti dai mobili scuri e lucidi al piano terra, con scooter parcheggiati in mezzo, dove la gente siede mangiando e guardando la TV. Una scala porta al piano di sopra. Il Vietnam è pieno di queste casette lunghe e strette, alte due o tre piani (le tasse si pagano in base alle dimensioni della facciata su strada). Prevale l’azzurro-verdino che per me è diventato il colore-simbolo del Vietnam. Andiamo a cena in un baretto dove ci sfamiamo con vari piattini di pesce, gamberi, riso, tutti deliziosamente semplici, e beviamo vino bianco vietnamita, Dalat. Non è male, un po’ anonimo, si beve come l’acqua.

La mattina dopo partiamo per andare in barca nella tanto sospirata baia di Halong. È una giornata fredda e nebbiosa, ci sono pochissime barche oggi, ma la vista è indescrivibile; le alte rocce coronate di vegetazione spuntano spettrali nella nebbia, e il silenzio è quasi totale. Solo il rumore della barca. È previsto anche un giro in kayak, cosa che io non ho mai fatto in vita mia, e per lunghi attimi pensiamo di lasciar perdere, riluttanti a inzupparci. Ma ci lasciamo scivolare nella canoa biposto con un giubbotto di salvataggio sotto il sedere. Dopo poco, pantaloni fradici, però è talmente bello!

C’è un silenzio assoluto e piano piano, abbandonati a noi stessi, nel lento tonfo delle pagaie attraversiamo le caverne sotto le rocce, raggiungiamo baie totalmente deserte, dove si sente solo il richiamo di qualche uccello solitario. Una pace assoluta, messa ancor più in risalto dall’atmosfera nebbiosa e ovattata. Non rimpiango affatto il sole. Ci piace talmente che alla fine siamo gli ultimi a rientrare. I compagni di viaggio (quattro olandesi) ci sorridono soddisfatti mentre mangiamo insieme un pasto molto semplice e gustoso di riso, verdure, gamberi. Rientrando ci fermiamo a visitare un villaggio galleggiante che è anche un allevamento di pesci e gamberetti. I cani saltano qua e là, abbaiando. Tutto è molto povero e i pescioni costretti nelle loro gabbie hanno un aspetto tristissimo e autistico in questo luogo spettrale, su cui stridono le macchie azzurre e rosse delle casette e delle bandiere.

La nostra stanza ha una finestra enorme sulla baia, polverose tende di “broccato”, due letti, un piccolo bagno con una doccia senza cabina. La mattina ripartiamo per un’altra piccola città, Ninh Binh, dopo molte tazze di caffè con latte condensato. Il Vietnam ha molto caffè e i vietnamiti lo bevono spesso e volentieri, al nord caldo, nel sud soprattutto freddo, con il ghiaccio, si chiama ca phe sua. Ripartiamo con la bassa marea, nei campi figurette dai cappelli a cono nell’acqua, in lontananza. Il viaggio per Ninh Binh, dopo il percorso in aliscafo, ha quasi immediatamente una battuta d’arresto: il pullman è bloccato da una fila interminabile di camion in un paesaggio da incubo, con un’industria (forse un cementificio?) enorme sullo sfondo e fango marrone chiaro e rossastro ovunque. L’autista tenta manovre di superamento, va contromano, poi è costretto a fare marcia indietro, a reintrodursi nella coda. Lungo la fila, lentamente, passano ragazze in bicicletta con cappelli a cono e il viso nascosto dalla bardatura antipolvere che usano qui le ragazze (una sorta di passamontagna leggero che arriva a toccare le spalle), un braccio teso a mostrare il giornale, un messaggio registrato con voce chioccia e monotona che ripete, penso, il nome del giornale che vendono. I camion sono per la maggior parte vecchi e malandati freightliner americani, con enormi cabine. (continua)

A Ninh Binh, purtroppo, ho perso un bel po’ di foto. Quelle di questo post sono del mio compagno di viaggio.

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