Vietnam parte 2 – Ninh Binh

Passiamo una giornata nel trasferimento da Cat Ba a Ninh Binh (bus, aliscafo, bus e ancora bus a lunga percorrenza). Ci fermiamo all’hotel più vicino, che è comunque decente. Tutti sembrano incredibilmente attivi e di ottimo umore, un po’ scioccanti per noi che siamo stanchi. Andiamo in giro, vediamo un bel mercato di strada, abbiamo già prenotato il bus per Hue domani sera. Vicino a Ninh Binh ci sono le grotte di Mua, Hoa Lu (un’antica capitale), qualche pagoda, io vorrei andare in bici ma si mangerebbe un bel po’ di polvere su una strada tutt’altro che pittoresca, così dopo una lunga contrattazione in una lingua che ricorda vagamente l’inglese ci procuriamo una macchina con autista per l’indomani.

La cena è in un hotel blu elettrico che dà su un lago squallido e sporco. Lì ritroviamo due dei “nostri” olandesi. L’autista del pullmann li ha abbandonati alle 4 del mattino in una città sconosciuta e hanno dovuto trovare un passaggio di fortuna, sono così delusi dal Vietnam che domani partono per la Thailandia. A fine cena il proprietario, alto e con dei bei baffi, si siede con noi e si dedica con passione a dimostrarci che con lui avremmo speso meno…
La mattina dopo ci alziamo presto e partiamo con la macchina per Tam Coc, un luogo fiabesco dove ci si fa trasportare sul fiume Ngo Dong in un paesaggio di rocce carsiche e campi verde smeraldo.

Siamo lì alle otto, non c’è quasi nessuno, e i miei rematori (una signora grassottella che si siede accanto a me e un ometto con i baffi che rema con i piedi e fuma una sigaretta dietro l’altra) sono proprio simpatici. Anche qui c’è un silenzio irreale, il rumore dell’acqua e la voce gentile, un po’ roca, sorridente della rematrice accanto a me mi culla mentre scatto una foto dopo l’altra, passiamo nelle grotte, ammiriamo i colori e salutiamo le rare barche che ci si fanno incontro con un sorriso. Poi ci affianca una venditrice di frutta e bevande, compriamo il minimo indispensabile, torniamo indietro mentre comincia ad arrivare il grosso dei turisti. La prossima tappa sono le grotte di Mua, da cui una lunga scalinata porta al vertice di una montagna con un tempio arroccato sulla cima. Il panorama si può solo definire, banalmente, “mozzafiato”. All’ora di pranzo l’autista ci porta in una baracchetta al lato della strada, ci danno da mangiare carne di capra con cavoli affettati sottilissimi, zenzero, peperoncino. Al lato del tavolo una pipa ad acqua a cui attingono tutti, con un gran risucchio di bolle.

Torniamo all’albergo e ci prepariamo a partire con l’autobus notturno. Prima dovremmo mangiare qualcosa. Sarà una cena incredibile. Saliamo le scale titubanti per ritrovarci in una grande terrazza al primo piano, che ricorda una stube bavarese ma tutta in bambù, il piatto pubblicizzato è il lau (una zuppa). Andiamo a caso: io ordino un piatto stranissimo e buonissimo, è enorme! potrebbe sfamare una famiglia di quattro persone, e noi oltretutto siamo un po’ di corsa (perché non sappiamo che il pullman arriverà con abbondante ritardo), quindi ne lascio lì più di metà. È una zuppiera di terracotta piena di una zuppa con anguilla fritta e banane, molto speziata, in una salsa giallina, deliziosa, cremosa e molto aromatica, con anacardi, tofu e mille erbe e spezie. Al mio commensale portano bufalo alla griglia servito su una lastra sfrigolante in una salsa varia ma armoniosa (tra gli ingredienti riconoscibili zenzero, lemongrass, semi di sesamo). Il conto è ridicolmente basso.

Di ritorno all’hotel aspettiamo e aspettiamo, poi ci fanno salire su un taxi, ci portano a un altro hotel, e finalmente arriva lo sleeper bus, azzurrino e non del tutto scomodo. Qui sei un po’ un pacco postale, anche chi parla inglese non si perde molto in spiegazioni, sei considerato un po’ scemo per default, forse, non vale la pena sprecare tempo a spiegare, non c’è bisogno che tu sappia tutto, l’importante è che arrivi a destinazione. Negli sleeper bus la qualità oscilla in maniera spaventosa, a volte pagando poco – come in questo caso – hai un autobus pulito e abbastanza confortevole, dove puoi allungare le gambe sotto il sedile di fronte e tirare giù quasi completamente lo schienale, con l’aria condizionata abbastanza bassa, altre volte invece autobus del secolo scorso, scomodi, sfasciati e polverosi, e l’aria condizionata sparata in faccia. Durante tutto il viaggio mi ha salvato la vita la mia mitica sciarpa indiana a righe rosse e blu, che ho usato come l’asciugamano nella Guida galattica per gli autostoppisti: come coperta, come benda per gli occhi, come lenzuolo, come copricuscino, come asciugamano, come sedile… e qualche volta anche come sciarpa.

È proprio durante l’interminabile attesa per il pullmann che tento di scaricare le foto sul pc della reception per caricarle su Flickr. Sembra così facile, ovunque vai c’è il wifi e un computer connesso a internet, anche se a volte un po’ antidiluviano. E invece così perdo le mie prime duecento foto: la baia di Halong, i villaggi galleggianti, Tam Coc, il paesaggio irreale che si vede arrivati alla sommità della scalinata delle grotte di Mua… ma amen. Le foto che vedete qui sono gentilmente prestate del mio compagno di viaggio (continua).

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